ART FOOD



All’arte, in genere, si chiede di riflettere, di gioire con la mente, di mostrare il lato invisibile e costante della vita.
In questo senso, l’arte è vicina alla scienza che cerca spiegazioni e nel tentativo di mettere in ordine, di capire, si imbatte in autentici misteri.
Tutte e due hanno bisogno di una visione che le sorregga, di uno scopo e di un ritmo; perduti l’uno o l’altro si finisce col cadere in un sapere accademico o nel puro e semplice decorativismo.
La domanda d’arte risponde al desiderio di misurarsi con il tempo, di non farsi sopraffare dal flusso continuo degli avvenimenti, cogliendo un indizio che superi gli aspetti contingenti.
Questo indizio si chiama bellezza. Gualtiero Marchesi lo ha cercato nella cucina, equiparandola alla musica scritta, mostrando nel piatto il valore degli ingredienti come se fossero delle note disposte sul pentagramma. Nota per nota, ha disegnato l’intera melodia di una ricetta, dando sempre la sua interpretazione, modificando, aggiornando, smontando e ricomponendo i vari elementi.
Cucina e musica hanno in comune la durata, potendo vivere solo attraverso la propria esecuzione: nello spazio di un concerto e di una cena. Nel tentativo di superare questo limite, Marchesi ha iniziato a dipingere, rendendo omaggio agli artisti che sente più vicini.
Lo ha fatto con il linguaggio del cuoco, dispiaciuto solo della “fugacità” d’ogni opera culinaria.